Il corpo sottile dello yogi

Il corpo sottile dello yogi: la visione dell’uomo nell’antica tradizione dello yoga

L’antropologia che sottende all’antica tradizione da cui proviene la disciplina dello yoga ci offre una visione dell’uomo assai raffinata e complessa che è molto distante da quello che la mentalità occidentale concepisce quando pensa e descrive l’uomo. Secondo la visione dello yoga e dell’ayurveda vi sono tre elementi principali che contribuiscono alla formazione di un essere vivente: il corpo causale, il corpo sottile e il corpo fisico.

L’atman è un frammento dell’Essere Supremo, di Dio. Questo frammento è avvolto da cinque involucri, quattro dei quali appartengono al corpo sottile e l’ultimo costituisce il corpo fisico.

Il corpo sottile costituisce la parte preponderante dell’essere umano e secondo la visione del Samkhya esso è composto da diciassette elementi: i cinque sensi di percezione, cinque sensi d’azione, cinque energie vitali, la mente (manas), l’intelletto (buddhi) e l’io (ahmkara).

Il corpo sottile e il corpo fisico sono in rapporto tra loro come una farfalla racchiusa nella sua crisalide, essi sono in contatto e collegati al livello dei chakra o centri energetici, rappresentati sotto forma di fiori di loto con un diverso numero di petali.

Agendo sul corpo fisico si produrrà un effetto su quello sottile e viceversa. Una particolarità dell’anatomia ayurvedica è considerare l’uomo come formato da cinque involucri tra loro sovrapposti. Il corpo fisico è solo una piccola parte di questa anatomia ben più articolata.

I cinque kosha, dal più grossolano al più sottile, racchiudono nello strato più profondo l’eterna presenza divina e luminosa, l’Atman.

Il corpo fisico, annamayakosha, è formato dai cinque elementi che formano tutta la materia. Il corpo energetico, pranamayakosha, è l’involucro sottile in cui risiede l’energia vitale, il prana. Il corpo mentale, manomayakosha, è l’involucro mentale che trasmette le percezioni del mondo esterno colte dai sensi, è la sede dei pensieri e delle emozioni. Il corpo d’intelletto, vijnamayakosha, consiste nella capacità discriminante, la facoltà di distinguere il reale dall’irreale, l’effimero dall’eterno, il finito dall’infinito; qui hanno sede le intuizioni pure. Infine il corpo più sottile, il corpo di beatitudine, anandamayakosha, è la sede della gioia eterna e secondo la tradizione è localizzato nello spazio del cuore, dove brilla un’eterna luce.

La struttura del corpo fisico, dunque, così come la conosciamo sulla base dell’anatomia e della fisiologia occidentale, secondo la visione orientale è solo una prima e parziale prospettiva secondo cui guardare l’uomo. Essa non può non tenere conto e armonizzarsi con l’anatomia e la fisiologia che potremmo definire sottile. Nella visione di yoga e ayurveda il benessere della persona dipende dallo stato di salute di tutti e cinque i corpi che sono appunto in costante e dinamico rapporto tra loro.

Questa visione è una delle cose mi ha maggiormente colpito quando ho iniziato ad approfondire la conoscenza dello yoga. Il fatto che si potesse descrivere in modo così accurato l’interazione tra il corpo, la mente e lo spirito mi ha affascinato a tal punto da voler approfondire l’argomento.

Sono pochi decenni che la psicologia ha introdotto nel modo di pensare occidentale e in particolare nella medicina, la visione di una interazione tra la mente, la dimensione psicologica e una malattia che si manifesta a livello fisico; il riconoscimento che un diverso atteggiamento mentale può portare esiti diversi a fronte di identiche terapie.

È sorprendente pensare come gli antichi Rsi fin dall’antichità abbiano avuto questa intuizione e che le scienza dello yoga e dell’ayurveda abbiano saputo indagare e sperimentare tali intuizioni. Nel concetto di salute e benessere secondo l’ayurveda entra anche quella che noi chiameremmo la dimensione spirituale. Infatti nella Caraka Sarirasthana, uno dei testi di riferimento fondamentali di questa scienza, si afferma:

“Se qualcosa che è eterno viene visto come effimero e qualcosa che è dannoso, come utile, e viceversa, ciò è indicativo di una mancanza dell’intelletto (Praghya-aparadha), quale causa di miseria. Poiché l’intelletto vede le cose per quello che sono”.[1]

Da ciò si può comprendere quanto affasciante possa essere il cammino sul sentiero dello yoga, che altro non è che il percorso verso la conoscenza di sé, tornare a casa e dimorare nel proprio cuore.

[1] Caraka Sarirasthana, 1.99-108

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